A 9 anni avevo pochissime amiche, preferivo trascorrere ogni mio momento libero con i ragazzi, che offrivano quel certo nonsoché di avventuroso. Dalla mia postazione, tra i rami forti della pianta di gelso, osservavo le mie coetanee riprodurre, giorno dopo giorno, i loro passatempi sempre uguali, il gioco della mamma, i pentolini, la parrucchiera, le bambole. Tutte cose che sentivo un po’ estranee e perverse, in pratica riproducevano in piccolo la quotidianità delle loro mamme e sorelle più grandi. Mi pareva triste. Molto meglio scorrazzare sui carretti fatti con le cassette della frutta, o fare le gare con la fionda e le cannette. Quello ch’è certo è che a 9 anni giocavo spensieratamente felice su e giù per il mio quartiere e non mi è mai venuto in mente di riflettere sul fatto che facessi giochi da maschio, per me erano giochi e basta. Quello semmai me lo faceva notare mia mamma, quando tornavo a casa con le gambette infangate e piene di escoriazioni, dopo una delle tante partite di pallone in quel campo che al posto dell’erba aveva terriccio e pietruzze che si andavano a conficcare nelle ginocchia spellate.
